I figli degli emigrati italiani all’estero parlano ancora la nostra lingua?
Per oltre un secolo milioni di italiani hanno lasciato il nostro Paese in cerca di lavoro e di una vita migliore. Dall’Argentina agli Stati Uniti, dal Brasile al Canada, dall’Australia alla Svizzera, le comunità italiane all’estero sono diventate immense. Oggi i discendenti degli emigrati italiani nel mondo vengono stimati tra i 60 e gli 80 milioni di persone.
Ma una domanda resta aperta: i figli e i nipoti degli emigrati parlano ancora italiano?
La risposta è complessa. In alcuni casi sì, ma spesso solo in parte. E molto dipende dal Paese, dalla generazione e dal legame che la famiglia ha mantenuto con le proprie origini.
Gli studiosi della lingua italiana all’estero spiegano che nelle prime grandi ondate migratorie, tra fine Ottocento e Novecento, molti emigrati non parlavano nemmeno l’italiano standard, ma soprattutto i dialetti regionali. Una volta arrivati nei Paesi di destinazione, furono costretti a imparare rapidamente la lingua locale per lavorare e integrarsi.
Con il passare del tempo, l’italiano si è spesso indebolito dentro le famiglie. I figli degli emigrati, frequentando scuole straniere e vivendo immersi nella nuova società, hanno iniziato a usare prevalentemente spagnolo, inglese, portoghese o francese. In molte comunità l’italiano è rimasto una lingua “affettiva”, usata con i nonni o durante le feste tradizionali, ma non più nella vita quotidiana.
Eppure l’italiano non è scomparso. Anzi, in alcune realtà continua a vivere sorprendentemente bene. In Argentina, Uruguay e Brasile sopravvivono parole, accenti e modi di dire italiani entrati ormai nel linguaggio comune. Negli Stati Uniti e in Canada esistono ancora scuole italiane, associazioni culturali, programmi radiofonici e giornali dedicati alle comunità italiane.
Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2025, molte collettività italiane all’estero continuano infatti a mantenere viva la lingua attraverso scuole, circoli culturali ed eventi comunitari. La memoria dell’emigrazione resta un elemento forte di identità, soprattutto nelle famiglie che hanno conservato cognomi, tradizioni e legami con l’Italia.
Esiste però una differenza importante tra “sentirsi italiani” e parlare davvero italiano. Molti oriundi conoscono poche parole, magari tramandate dai nonni: nomi di cibi, espressioni dialettali, modi di salutare. In altri casi l’italiano viene studiato da adulti per recuperare le proprie radici o ottenere la cittadinanza italiana.
Le nuove generazioni della recente emigrazione italiana sembrano invece mantenere più facilmente la lingua. Oggi, grazie a internet, ai social network, alle televisioni online e ai voli frequenti, i giovani italiani emigrati negli ultimi vent’anni restano molto più connessi con l’Italia rispetto ai loro nonni emigrati cento anni fa.
In definitiva, la lingua italiana all’estero non è morta, ma si è trasformata. In molte famiglie non è più la lingua principale, però continua a rappresentare un ponte emotivo con le proprie origini. E spesso basta una parola detta da una nonna, una ricetta di famiglia o una canzone italiana ascoltata da bambini per mantenere vivo quel legame con l’Italia che attraversa oceani e generazioni.
