Il Var a chiamata, il ‘’coach’s challenge’’ è ormai una necessità
Già dopo due giornate di campionato siamo alle solite, le sempre più evidenti difformità di giudizio, rigorini e rigoroni dati o non dati, tra il vado o non vado al monitor da parte dell’arbitro e i mancati interventi della sala Var. Sei lunghissimi anni dalla sua introduzione passati a cercare di sperimentare, migliorare e perfezionare un sistema tanto innovativo e allo stesso tempo con sempre più frequenti limiti ad avvicinarsi a quella perfezione che la tecnologia dovrebbe obbligatoriamente raggiungere.
Più andiamo avanti e più diminuiscono le possibilità che possa nascere un calcio più giusto, più equo e limitato negli errori.
Allo stesso tempo è quanto mai impossibile che in Italia qualsiasi giudizio possa ottenere la soddisfazione di tutti e, forse, c’è un unico modo per fare un po’ di chiarezza scaricando anche in parte le responsabilità del gruppo arbitrale: il Var a chiamata, una volta in tutta la partita, una volta o due per tempo ma bisogna dare agli allenatori la possibilità di chiedere una revisione per quegli episodi che riterranno più dubbi, come già succede nella pallacanestro, nella pallavolo, nel football americano e nell’hockey per esempio.
La cosa più importante, comunque, dovrebbe essere che queste ‘’coach’s challenges’’, queste ‘’chiamate di sfida dell’allenatore’’ siano oltremodo corrette, anche a costo di sacrificare del tempo e, soprattutto, anche e comunque a scapito della fluidità del gioco stesso.
