La sanità per gli italiani all’estero non è più un diritto: è un lusso per chi può permetterselo
Mentre il Parlamento dorme e la dignità nazionale viene smontata pezzo per pezzo, ecco l’ultima trovata: una tassa da 2.000 euro all’anno per permettere agli italiani residenti fuori dall’Europa di accedere alla sanità pubblica italiana. Una proposta indegna, firmata dall’onorevole Di Giuseppe – eletto in Nord America – e ora approvata dalla Commissione Affari Sociali con tanto di benedizione costituzionale.
Ci stanno dicendo esattamente che la cittadinanza italiana vale solo per chi resta nel cortile di casa. Se sei emigrato, se hai cercato fortuna o semplicemente una vita possibile fuori dai confini dell’Unione Europea, non sei più italiano fino in fondo. O meglio: sei italiano solo se puoi pagare. Per gli altri, fuori. Letteralmente.
Chi ha firmato e approvato questa porcheria ha mai guardato in faccia le centinaia di migliaia di italiani che vivono in paesi come Argentina, Venezuela, Perù, Brasile, Filippine? Dove gli stipendi equivalgono, quando va bene, a 200 o 300 euro al mese? E pretende che versino 2.000 euro all’anno, anticipati, per potersi curare in patria?
Questa non è una legge. È un’estorsione legalizzata. Un ricatto sanitario. O paghi, o crepi.
Non solo: se non versi il contributo per tempo, ti sospendono l’accesso alle prestazioni non urgenti. E se vuoi tornare? Devi versare tutto quello che avresti dovuto pagare, con gli interessi. Sì, proprio così: una mora sulla salute.
Il punto più vergognoso di tutta questa vicenda è che a proporre e sostenere questa misura è stato un deputato eletto dagli italiani all’estero. Un uomo che avrebbe dovuto rappresentarli, difenderli, ascoltarli. Invece ha fatto il contrario: li vorebbe caricare di una tassa che li esclude, li umilia, li cancella.
E la Commissione? Ha approvato tutto come se niente fosse, limitandosi a chiedere – con un sussurro – di “coinvolgere le autonomie locali” nell’attuazione del decreto. Un contentino, un’ipocrisia.
Non chiamatela riforma. Non è un contributo. È una discriminazione basata sul reddito. È una selezione anagrafica per chi ha soldi in tasca. È l’idea, pericolosissima, che i diritti fondamentali possano essere messi all’asta. Una volta era la sanità per tutti. Ora è sanità per chi può.
Tutti gli altri, possono pure morire a casa loro, purché lontano e in silenzio.
Mi chiedo se la Commissione sa cosa vuol dire essere italiani all’estero?
In caso contrario glielo dico io: significa spesso vivere in equilibrio tra due identità, due economie, due lingue. Significa nostalgia, sacrifici, rimesse, figli cresciuti parlando italiano in salotto. E ora, per tutto questo, ci ripagate con una tassa?
Vergogna. Questa è l’unica parola possibile.
Vergogna per chi ha scritto questa legge, per chi l’ha votata, per chi ha taciuto. Vergogna per un’Italia che si proclama “madre” dei suoi figli nel mondo e poi li tratta come clandestini quando tornano.
