L’altro 11 settembre: 50 anni fa il golpe in Cile
Il fumo che si alza denso dal Palacio de La Moneda, bombardato dai caccia militari. I carri armati per le strade di Santiago del Cile e i soldati, che appoggiano il sanguinario golpe di destra, schierati anche sui tetti di fronte al palazzo presidenziale, per cingerlo in una stretta letale. E poi il volto teso di Salvador Allende.
Il presidente socialista solleva lo sguardo, come fanno le sue guardie del corpo, verso il pericolo imminente. Tutti imbracciano i fucili. Poi il dramma si compie. Nelle immagini successive, in bianco e nero, quelle che raccontano il violento colpo di Stato di 50 anni fa, ecco il corpo di Allende, avvolto in un poncho, come fosse un sudario, portato a braccia da un militare e da un pompiere.
Allende non ha voluto fuggire e neppure consegnarsi ai militari che hanno tradito lui e la Democrazia. Poche ore prima della tragica morte, il celebre discorso, le ultime parole trasmesse via radio: “Viva il Cile! Viva il popolo! Viva i lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e ho la certezza che il mio sacrificio non sarà vano. Ho la certezza che, per lo meno, ci sarà una lezione morale che castigherà la vigliaccheria, la codardia e il tradimento“.
L’11 settembre 1973 il Cile perde il suo presidente, la sua democrazia e comincia a piangere i suoi figli e le sue figlie. Migliaia. Spariranno nel nulla, in un Paese dove la tortura diventa un metodo e i diritti umani vengono calpestati sotto il tacco spietato della dittatura dei militari infedeli, che hanno tradito e colpito alle spalle il Paese e le sue istituzioni, elette democraticamente.
Iniziano i rastrellamenti ai danni degli oppositori politici del golpe orchestrato dal generale Augusto Pinochet, ma non solo. Basta poco per finire tra gli artigli di militari e agenti del regime: un commento di troppo, un sospetto, la spiata di un vicino di casa. I sequestrati vengono ammassati nello Stadio Nacional di Santiago del Cile, che diventa un vero e proprio campo di concentramento. Ben presto gli spalti si riempiono di migliaia di persone di ogni età ed estrazione sociale, controllate dai soldati. Dai sotterranei arrivano le urla delle torture.
I militari non perdonano chi si è schierato con Allende e le sue riforme economiche e sociali, tra le quali la nazionalizzazione delle principali industrie e materie prime come il rame, la tassazione delle plusvalenze, la riforma agraria, la costruzione di ospedali, la lotta alla povertà, il potenziamento dell’istruzione.
I numeri della strage: 2’125 morti e 1’102 sparizioni riconosciute
Rapiti, torturati, uccisi, spariti. I desaparecidos. I numeri della strage perpetrata dagli aguzzini durante la feroce dittatura del generale Augusto Pinochet (1973-1990) sono impressionanti, ma ancora oggi non definitivi. Secondo le più recenti cifre della Commissione della Verità e Riconciliazione, sono oltre 31’000 le vittime di violazioni ai diritti umani durante la dittatura cilena, con 2’125 morti e 1’102 sparizioni riconosciute.
La non profit “Nos Buscamos”, inoltre, ha stimato che tra gli anni ’70 e ’80 decine di migliaia di bambini furono strappati alle loro famiglie in Cile. Per lo più si trattava di persone povere. Il traffico di bambini è solo una delle numerose violazioni dei diritti umani commessi durante il regime di Pinochet. Centinaia le donne stuprate.

Il mandato di cattura internazionale contro Pinochet
Nel 1998 – 25 anni dopo il golpe – il giudice spagnolo Baltasar Garzón emette contro Pinochet un mandato di cattura internazionale per la scomparsa di cittadini spagnoli avvenuta durante la dittatura. Il traditore di Allende è accusato di genocidio, terrorismo e tortura. È arrestato a Londra, dove si trova per farsi curare, ma il 2 marzo 2000 il ministro dell’Interno britannico Jack Straw lo fa liberare e tornare in Cile, dove riesce a evitare qualsiasi processo. Muore d’infarto nel 2006, a 91 anni.
da rsi.ch
