Le megatiendas cinesi cambiano il commercio dominicano
Dai piccoli negozi alle grandi superfici: prezzi bassi, migliaia di prodotti e una rete commerciale che si estende ormai in tutta la Repubblica Dominicana.

Non sono più soltanto i piccoli negozi che si incontrano lungo le strade di Santo Domingo.
In pochi anni, il commercio cinese nella Repubblica Dominicana è cambiato profondamente. Oggi il fenomeno è rappresentato sempre più spesso da grandi superfici commerciali, con migliaia di metri quadrati e un’offerta capace di riunire sotto lo stesso tetto prodotti che normalmente si trovano in negozi completamente diversi.
Il reportage pubblicato da Diario Libre fotografa un’espansione ormai nazionale: Cibao, est, sud, Línea Noroeste e zona di frontiera sono entrati nella nuova geografia delle megatiendas.
E il fenomeno sta modificando profondamente le abitudini dei consumatori dominicani.
Da San Francisco de Macorís a La Vega
Le dimensioni di alcuni di questi nuovi esercizi commerciali sono impressionanti.
A San Francisco de Macorís, il Macorisano Gran Mall occupa circa 23.000 metri quadrati.
A La Vega, El Exitazo arriva a quasi 16.000 metri quadrati.
Sono dimensioni che fanno capire come non si possa più parlare semplicemente della classica “tienda china” di quartiere.
Il modello è quello della grande superficie.
In un unico spazio il cliente può trovare ferramenta, articoli per la casa, abbigliamento, prodotti di bellezza, tecnologia, elettrodomestici e moltissime altre merci.
Una formula che permette di competere contemporaneamente con numerose categorie di commercianti dominicani.

Il prezzo resta l’arma principale
Uno degli elementi che spiegano il successo di queste attività è naturalmente il prezzo.
Diario Libre racconta, per esempio, il caso di una cliente che ha trovato in un negozio cinese una chiave a 30 pesos, dopo averne pagata 150 per un prodotto che considerava equivalente in un commercio tradizionale.
Una differenza enorme.
Per il consumatore è un vantaggio immediato.
Per il piccolo commerciante dominicano, invece, rappresenta un problema difficile da affrontare.
Un negozio di dimensioni ridotte acquista quantità inferiori, sostiene costi unitari maggiori e spesso non dispone del capitale necessario per mantenere un assortimento altrettanto vasto.
Non è soltanto una questione di prezzo
La vera novità, però, è probabilmente un’altra.
Queste imprese stanno sviluppando un modello commerciale integrato, nel quale importazione, distribuzione, approvvigionamento e vendita sono strettamente collegati.
Secondo l’analisi di Diario Libre, le reti imprenditoriali cinesi condividono spesso fornitori, informazioni, logistica e, in alcuni casi, anche forme di finanziamento.
Questo permette di acquistare grandi quantità di prodotti e ridurre il costo unitario.
È una scala commerciale alla quale molti piccoli e medi commercianti dominicani fanno fatica a rispondere.
La nuova geografia del commercio
La crescita non riguarda più soltanto Santo Domingo e Santiago.
A Puerto Plata vengono segnalati più di dodici esercizi commerciali cinesi, con altri in fase di apertura.
A Higüey sono presenti numerose grandi superfici.
A Barahona, alcuni negozi hanno trasformato la città in un punto di riferimento commerciale anche per consumatori provenienti da altre province del sud.
E la presenza arriva fino alla Línea Noroeste e alla frontiera, dove sono stati individuati numerosi esercizi collegati a proprietari o capitali cinesi.
Anche Santo Domingo sta cambiando
Il fenomeno è particolarmente evidente nella capitale.
Un’analisi pubblicata nei giorni scorsi da Diario Libre sulle arterie commerciali Duarte, Mella e José Martí ha individuato 247 attività: 151 dominicane e 82 cinesi.
Sono numeri che mostrano quanto rapidamente sia cambiato il volto commerciale di alcune delle zone storicamente più importanti di Santo Domingo.
La presenza cinese non è più marginale.
È ormai una componente significativa del paesaggio economico urbano.
Il problema della concorrenza
Naturalmente, la crescita di questi esercizi genera anche discussioni.
Le associazioni commerciali dominicane chiedono da tempo che tutti gli operatori siano sottoposti alle stesse regole fiscali, doganali, lavorative e amministrative.
Il problema, quindi, non dovrebbe essere la nazionalità del proprietario.
La questione è un’altra:
tutti devono poter competere alle stesse condizioni.
È questo il punto sottolineato anche da rappresentanti del commercio di Santiago: la preoccupazione, spiegano, non riguarda l’origine degli imprenditori, ma l’eventuale mancato rispetto delle norme, che potrebbe creare una situazione di concorrenza sleale.
Un fenomeno che lo Stato deve seguire
Un precedente reportage di Diario Libre aveva evidenziato anche le difficoltà dello Stato nel costruire una fotografia completa del fenomeno.
Tra il 2020 e l’aprile 2025, la Dirección General de Aduanas (DGA) ha sottoposto a controllo 181 esercizi commerciali di origine cinese. Le verifiche avevano prodotto rilevanti contestazioni fiscali e doganali, comprese irregolarità relative alla dichiarazione del valore delle merci.
Questo non significa naturalmente che tutti i commercianti cinesi operino irregolarmente.
Significa però che la crescita del settore richiede controlli efficaci e uguali per tutti.
Il commercio dominicano deve reagire
La questione non può essere risolta semplicemente chiedendo di fermare l’espansione delle grandi superfici.
Il commercio internazionale e gli investimenti stranieri fanno parte dell’economia moderna.
Ma il commercio dominicano deve avere la possibilità di competere.
E qui emergono alcune delle sue debolezze storiche: scarso accesso al credito, piccoli volumi di acquisto, costi elevati, difficoltà logistiche e poca capacità di investimento.
Secondo gli esperti citati da Diario Libre, la risposta potrebbe passare dalla specializzazione, dal miglioramento del servizio, dalle garanzie post-vendita, dalla digitalizzazione e soprattutto dalla collaborazione tra piccoli commercianti per ottenere maggiore potere d’acquisto.
Il cliente, alla fine, decide
C’è però un elemento che non può essere ignorato.
Il consumatore dominicano sta votando con il portafoglio.
Se trova in un unico posto migliaia di prodotti, prezzi competitivi, ampi spazi e orari comodi, è naturale che sia attratto da questo nuovo modello.
E quando una megatienda riesce a diventare una destinazione commerciale, il suo bacino di clienti può estendersi ben oltre il quartiere nel quale si trova.
È quello che sta accadendo in diverse province.
Da negozio a destinazione
La differenza è importante.
Il vecchio negozio cinese poteva essere un’attività di prossimità.
La megatienda è invece un luogo verso il quale il consumatore decide di spostarsi appositamente.
Può arrivare da un’altra zona della città o addirittura da un’altra provincia.
Questo modifica anche il traffico, l’uso del territorio e la struttura commerciale delle città.
Non è più soltanto una questione economica.
È anche un fenomeno urbanistico e sociale.
Una trasformazione che è appena cominciata
Il fenomeno delle megatiendas cinesi mostra quindi una Repubblica Dominicana che sta cambiando rapidamente.
Il commercio tradizionale non scompare necessariamente.
Ma deve confrontarsi con un concorrente che dispone di grandi superfici, grande capacità di acquisto, vasto assortimento e prezzi difficili da eguagliare.
E la competizione non riguarda più soltanto Santo Domingo.
È arrivata nelle province.
È arrivata nel Cibao.
È arrivata nel sud.
È arrivata nella zona orientale.
Ed è arrivata persino alla frontiera.
Le “tiendas chinas” non sono più soltanto negozi cinesi.
Sono diventate una nuova forma di distribuzione commerciale che sta modificando cosa comprano i dominicani, dove lo comprano e quanto sono disposti a pagarlo.
La vera domanda, adesso, non è se questo modello continuerà a crescere.
È come il commercio dominicano riuscirà a competere con esso.
