Nepal, due italiani tra i dispersi: la Farnesina verifica. E incombe il rischio di una nuova piena
La tragedia al confine con il Tibet si aggrava. Centinaia di persone ancora irreperibili e un lago naturale minaccia di provocare una nuova ondata di piena.

La tragedia che ha colpito il Nepal e il Tibet assume di ora in ora proporzioni sempre più drammatiche.
E questa mattina arriva una notizia che riguarda direttamente l’Italia: le autorità nepalesi hanno inserito due cittadini italiani tra le persone disperse nell’alluvione che ha devastato l’area di confine.
La notizia è stata diffusa dall’Ente nazionale del turismo del Nepal. La Farnesina sta effettuando verifiche attraverso le autorità locali, il Consolato italiano a Calcutta, il Consolato onorario a Kathmandu e i tour operator.
Per il momento, quindi, non si può ancora dire che i due italiani siano morti. Sono considerati dispersi e le autorità stanno cercando di stabilire dove si trovino e quali siano le loro condizioni.
La Farnesina ha già contattato circa 130 italiani
Il quadro è cambiato anche rispetto alle informazioni diffuse ieri.
In un primo momento la Farnesina aveva indicato circa 90 italiani registrati nell’area tra Nepal e Tibet.
Ora l’Unità di Crisi riferisce di aver contattato circa 130 connazionali segnalati nella zona, mentre proseguono le verifiche per individuare tutti gli italiani presenti e accertarne le condizioni.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha inoltre disposto l’invio a Kathmandu di personale dell’ambasciata italiana a New Delhi, con l’obiettivo di rafforzare sul posto l’assistenza ai connazionali.
I due italiani erano già stati dati per dispersi?
La situazione è particolarmente delicata perché ieri la Farnesina aveva comunicato che due turisti italiani, insieme alla loro guida, erano rimasti bloccati a monte di una frana, ma risultavano in buone condizioni e in contatto con il Ministero.
Oggi, invece, le autorità nepalesi hanno diffuso un elenco nel quale compaiono due italiani tra i dispersi.
Non è ancora possibile stabilire se si tratti delle stesse persone.
È proprio uno dei punti che la Farnesina sta cercando di chiarire.
Per questo è importante non trasformare l’indicazione “due italiani dispersi” in una notizia di morte o di certezza sulla loro sorte.
Una catastrofe di dimensioni enormi
Nel frattempo il bilancio complessivo continua a crescere.
Secondo l’ultimo aggiornamento riportato da ANSA, la polizia nepalese parla di 332 vittime. Ma il numero delle persone ancora irreperibili rimane enorme e i dati provenienti dal Nepal e dalla Cina non sono direttamente sommabili, perché potrebbero comprendere persone già conteggiate in entrambi i bilanci.
Soltanto sul versante nepalese, il Nepal Tourism Board ha indicato 644 persone ancora disperse, delle quali 517 turisti stranieri.
Tra gli stranieri figurano cittadini di numerosi Paesi: Stati Uniti, Ucraina, Malesia, Australia, Regno Unito, Canada e molte altre nazionalità.
Il dramma dei turisti
La regione colpita è frequentata da molti turisti e pellegrini diretti verso il monte Kailash e il lago Mansarovar, luoghi di enorme importanza religiosa per induisti, buddisti e giainisti.
Molti di loro si trovavano quindi in una delle zone più remote e difficili da raggiungere dell’Himalaya.
Quando l’acqua e il fango hanno travolto strade e infrastrutture, interi gruppi sono rimasti isolati.
E ora i soccorritori devono cercare persone disperse in un territorio nel quale anche i normali collegamenti sono stati gravemente danneggiati.
Il pericolo non è ancora finito
C’è un altro elemento che rende la situazione ancora più preoccupante.
In Tibet, a monte del porto di Gyirong, la frana ha creato un lago naturale di sbarramento.
L’acqua si è accumulata dietro la massa di detriti e ora le autorità cinesi stanno monitorando attentamente la situazione.
Il rischio è che lo sbarramento naturale possa cedere oppure che l’acqua lo superi, provocando una nuova piena nelle zone a valle.
Il ministero cinese delle Risorse idriche ha quindi rafforzato il monitoraggio idrologico e le previsioni nella zona.
Un disastro provocato dal crollo di un ghiacciaio
Secondo l’USGS, l’Istituto geologico statunitense, l’alluvione sarebbe stata provocata dal crollo di un ghiacciaio e dalla successiva colata di detriti.
L’enorme massa di acqua, ghiaccio, fango e materiale roccioso ha poi prodotto conseguenze catastrofiche a valle.
È una dinamica che spiega la rapidità e la violenza dell’evento.
Non una normale piena del fiume, ma una gigantesca massa d’acqua e detriti capace di travolgere in pochi minuti tutto ciò che incontrava lungo il percorso.
I soccorsi continuano
Le squadre nepalesi stanno continuando le ricerche.
Sono stati mobilitati migliaia di uomini tra esercito, polizia e altri corpi di soccorso.
Molte persone sono state recuperate vive grazie anche agli elicotteri, ma le condizioni meteorologiche e le infrastrutture distrutte rendono le operazioni estremamente difficili.
E il rischio di una nuova piena rende ancora più complicato il lavoro dei soccorritori.
Per l’Italia, ore di attesa
La situazione dei due connazionali rimane dunque da verificare.
Questo è il punto più importante da sottolineare.
La Farnesina non ha confermato che i due italiani siano effettivamente dispersi: sta verificando l’informazione fornita dalle autorità nepalesi.
Nel frattempo è stata rafforzata la presenza diplomatica italiana a Kathmandu.
E per le famiglie, naturalmente, queste sono ore di enorme apprensione.
Due nomi, due persone, due famiglie che aspettano una risposta.
Mentre in Nepal continua la ricerca di centinaia di persone, anche l’Italia guarda verso l’Himalaya.
La speranza è che i due connazionali possano essere ritrovati vivi e che le verifiche della Farnesina permettano presto di chiarire la loro situazione.
Ma intanto la tragedia continua ad aggravarsi.
332 vittime, centinaia di dispersi e un nuovo possibile pericolo all’orizzonte.
E in Tibet, dietro una diga naturale di fango e ghiaccio, un’altra massa d’acqua aspetta di trovare una via verso valle.
