Turismo delle Radici: grande idea o gigantesca illusione?
Tra conferenze, progetti pilota e slogan istituzionali, il rischio è dimenticare gli italiani all’estero più poveri
Il “Turismo delle Radici” viene presentato da anni come uno dei grandi progetti strategici dell’Italia verso le comunità italiane nel mondo. Una iniziativa che dovrebbe riportare milioni di italodiscendenti nei paesi d’origine dei loro nonni, rilanciare i piccoli borghi e rafforzare il legame culturale con l’emigrazione italiana.
Sulla carta, tutto molto bello.
Ma osservando la situazione concreta, nasce spontanea una domanda: non si sta trasformando tutto in un enorme progetto burocratico, lento e scollegato dalla realtà quotidiana degli italiani all’estero?
Il governo italiano aveva proclamato il 2024 come “Anno del Turismo delle Radici”. Si parlava di una svolta storica, di un piano capace di coinvolgere milioni di persone sparse nel mondo. Eppure siamo nel 2026 e ancora si annunciano “progetti pilota”, convenzioni, tavoli tecnici e iniziative sperimentali.
Il rischio è evidente: creare una macchina pachidermica fatta di eventi istituzionali, conferenze e comunicati stampa, ma con pochi risultati concreti per chi vive davvero lontano dall’Italia.
Perché il vero problema non è organizzare festival o aprire piattaforme online genealogiche. Il vero nodo è economico.
Molti italiani all’estero, soprattutto in Sud America, non hanno semplicemente i soldi per tornare nei paesi d’origine delle loro famiglie. In Argentina, Venezuela, Uruguay o anche nella Repubblica Dominicana esistono migliaia di famiglie di origine italiana che vivono situazioni economiche difficili. Persone che magari sognano da tutta la vita di vedere il piccolo paese calabrese del nonno o la casa siciliana lasciata un secolo fa, ma che non possono permettersi un biglietto aereo da migliaia di euro.
Ed è qui che il progetto rischia di diventare una scatola vuota.
Perché il Turismo delle Radici finisce inevitabilmente per favorire soprattutto gli italodiscendenti benestanti del Nord America, dell’Australia o dell’Europa, cioè chi già possiede le risorse economiche per viaggiare. Gli altri restano esclusi proprio dal sogno che il progetto promette di realizzare.
Se davvero si vuole trasformare il Turismo delle Radici in qualcosa di storico, forse servirebbe meno burocrazia e più coraggio politico. Ad esempio creando fondi speciali, borse di viaggio, accordi con compagnie aeree, programmi di ospitalità nei comuni italiani o incentivi per gli italodiscendenti a basso reddito.
Perché le radici non dovrebbero diventare un lusso per pochi.
Altrimenti il rischio è che dietro i grandi slogan resti soltanto una operazione di immagine, utile per produrre convegni e fotografie ufficiali, ma incapace di restituire davvero agli italiani nel mondo quel legame umano e affettivo che tutti dichiarano di voler difendere.
