La CIDH si riunisce in Guatemala e denuncia le deportazioni di massa di Trump
La Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) ha concluso il suo 195° Periodo di Sessioni, svoltosi dal 2 al 13 marzo, con la settimana conclusiva ospitata nella Città del Guatemala. Un appuntamento storico, che ha messo al centro del dibattito continentale le politiche migratorie dell’amministrazione Trump e la situazione dei diritti umani in tutta la regione centroamericana.
Nel corso di un’udienza pubblica, organizzazioni non governative provenienti da Stati Uniti, Messico, Haiti, Guatemala ed El Salvador hanno denunciato un uso sempre più sistematico delle deportazioni verso paesi terzi, ovvero nazioni diverse da quelle di origine dei migranti. Gli Stati Uniti hanno firmato 30 accordi, di cui 14 con Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, per trasferire migranti in Paesi diversi dalla loro patria.
Le testimonianze raccolte dipingono scenari preoccupanti: agenti dell’ICE avrebbero consegnato persone di Guatemala e Cuba ad “agenti mascherati” che le avrebbero obbligate ad attraversare il muro di confine verso il Messico. I migranti arrivano senza documenti né effetti personali, vengono trasferiti via terra verso il Tabasco e il Chiapas in condizioni precarie e senza possibilità di comunicare con i propri familiari o avvocati.
Nel caso di El Salvador, le persone deportate sarebbero state rinchiuse nel carcere di massima sicurezza noto come Centro de Confinamiento del Terrorismo, dove 400 stranieri sarebbero morti a causa del sovraffollamento e delle condizioni igieniche.
Sul fronte guatemalteco, la CIDH ha anche sottolineato la necessità di rafforzare le istituzioni democratiche del Paese. Il presidente della CIDH, il guatemalteco Stuardo Ralón, ha evidenziato che il Guatemala si trova in un momento cruciale per il ripristino della legittimità delle sue istituzioni giudiziarie e il rafforzamento dello Stato di diritto.
