Il Polesine: là dove le acque si abbracciano

L’aeroporto di arrivo potrebbe essere Milano o Venezia e le autostrade vi porteranno facilmente fino a Rovigo. Ma quando arrivate nel capoluogo del Polesine, gettate le indicazioni delle agenzie di viaggio e affidatevi ai consigli degli abitanti del luogo. E soprattutto, armatevi di “lentezza”.
Il Polesine non è tra le terre segnalate con l’evidenziatore nelle agenzie di viaggio che smistano il turismo di massa. Ed è meglio così. Perché questo è uno di quegli angoli d’Italia che vanno scoperti senza clamori, penetrandovi con il piacere del passo lento e con il ritmo del f iume che rallenta per farsi accogliere in un abbraccio dal Mar Adriatico. Sarà il modo migliore per trovare un altro degli infiniti tesori disseminati nella terra italiana. Un punto di partenza per un percorso che avrà come punto di riferimento il fiume Po e il suo delta, e come città di riferimento Rovigo.
Abitato anticamente dai veneti (solo omonimi degli attuali corregionali) e in seguito dagli etruschi e infine dai romani, il Polesine è una terra letteralmente strappata alle acque, e spesso posta sotto il livello del Mare. Gli etruschi furono i primi a intraprendere le opere di bonifica per modificarne l’orografia paludosa. Costruirono canali chiamati “fosse” che l’ingegno tecnico dei romani ampliò: le fosse Augusta, Clodia, Filistina, Flavia, Messanicia e Neronia nel I secolo d.C. permettevano di navigare da Ravenna ad Aquileia rimanendo sempre all’interno di lagune percorrendo canali artificiali e tratti di fiumi.
Appartenente al Regio X Venetia et Histria, il Polesine (il nome deriva dal latino medievale “polìcinum” ossia terra paludosa ) subì una prima grande trasformazione dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. A causa della scarsa manutenzione delle opere idrauliche il territorio ritornò paludoso, scarsamente appetito dai bizantini (cui vennero affidate le zone settentrionali) e dai longobardi (che vi fondarono il Ducatus Ferrariae). Il riemergere di alcune terre nell’alveo dell’ Adigetto e la fondazione dei primi nuclei abitati di Badia Polesine, Lendinara, Villanova del Ghebbo, Villadose e Rovigo, segna la nascita ufficiale della terra del Polesine. Le alterne vicende storiche lasciarono proprio a Venezia il compito di dare inizio alla vasta opera di canalizzazione e bonifica del terreno, che negli anni seguenti avrebbero finalmente stabilizzato questo lembo d’Italia che degrada verso il delta del Po. Entrato a far parte del Regno Lombardo-Veneto, il Polesine fu annesso all’Italia nel 1866 con la terza guerra d’indipendenza ma vide molti dei suoi abitanti emigrare verso il Brasile e l’Argentina o verso altre città industriali del Piemonte e della Lombardia, anche a causa delle periodiche e tragiche alluvioni. Il 17 settembre 1882 l’Adige inondò il territorio fino al Canalbianco costringendo 63 000 persone ad abbandonare la terra ed ad emigrare in Sud America.
Luogo di incontro del fiume con il mare, il Polesine offre ai visitatori ancora tracce della centuriazione del territorio operata dai romani. La strada che da Rovigo porta ad Adria è probabilmente l’antico decumano massimo. Molti erano i castelli fortificati presenti nella zona a testimonianza delle lotte tra Estensi, Scaligeri e Padovani: il castello di Ficarolo (1112) che venne sommerso dalle acque del Po, i castelli di Bergantino e Melara furono distrutti nell’800, il castello di Loreo f u teatro di sanguinosi scontri durante la guerra tra la Serenissima e Genova. Tra Rovigo e Adria nacquero anche numerose istituzioni culturali, che nel 1300 produsse l’istituzione della scuola pubblica.
La straordinaria opera di bonifica realizzata dall’uomo non ha cancellato il profilo ribelle di una terra in perenne lotta con le forze della Natura, regalandole straordinarie potenzialità. Il mare che bagna il Polesine rende la provincia di Rovigo una delle prime produttrici di pesce azzurro in Italia. Nelle sue acque è possibile non solo pescare sardine, cefali ed alici di ottima qualità, ma anche delle ottime anguille, che iniziano il loro ciclo vitale nel lontano mar dei Sargassi, finire, dopo quattro anni ed un lungo viaggio, nel Delta del Po. L’anguilla delle Valli del Delta rappresenta la vera eccellenza dell’offerta gastronomica del Polesine e può essere consumata fresca o marinata. Magari accompagnata dalle eccellenti varietà di riso arbocrio, carnarolo, vialone nano o baldo. Coltivato nelle aree dismesse della barbabietola da zucchero, il riso rappresenta un’altra eccellenza del territorio, come gli asparagi , il radicchio, il melone, l’aglio bianco del polesine (che ha ottenuto il marchio DOP), la polenta bianca di mais o il pane di Loreo. Avvicinandosi al mare, e arrivando nelle laguna di Caleri e nella Sacca di Scardovari bisogna però fermarsi per assaggiare le cozze e le vongole tipiche del territorio del Polesine. Qui i mitili non vengono pescati ma “coltivati” come fossero prodotti di terra, raccolte a mano e ponendo a rotazione i “terreni di coltura”. Tramandata di padre in figlio da generazione, la coltivazione della “Vongola del Polesine” e della “Cozza di Scardovari”, rappresenta una delle tipicità del Veneto e nelle osterie tipiche del Delta vengono preparate con metodi semplici e tradizionali.
NEL NOME DELLA ROSA
Chiamateli rodigini o rovigotti e pensate alle rose..
Capoluogo del Polesine, Rovigo deve molto alla cultura. E’ grazie al poeta Ludovico Ariosto che il suo nome latino “Rhodigium” viene associato alla parola greca “rhòdon” ossia rosa.
“La terra, il cui produr di rose
Le dié piacevol nome in greche voci”
Inseriti nel poema dell’Orlando Furioso i versi di Ludovico Ariosto hanno lasciato il segno nella municipalità rodigina che ha scelto proprio la rosa come uno dei simboli della città, lasciando ai visitatori il gusto di scoprire le altre bellezze tipiche del territorio. E tra essi vi sono ad esempio i canali.Adigetto, Ceresolo, Rezzinella, Valdentro, Canalbianco, Pontecchio, Zucca….ogni rodigino conosce bene i nomi dei tanti canali artificiali che solcano la griglia cittadina, ricomponendo su scala minore quella che è la geografia tipica che a pochi chilometri verso Est disegna il territorio della provincia: l’inizio del grande Delta del Po. E ogni viaggiatore dovrebbe trovare il tempo di soffermarsi tra le vie cittadine per assaporare questa strana Italia dal passato paludoso e dall’immensa ricchezza fluviale. Storica, naturalistica e gastronomica.
Rovigo viene denominata in un documento dell’834 come “Villa” vicino a Gavello nell’incrocio di vecchie strade con il ramo dell’Adige chiamato in periodo più tardo Adigetto, che si staccava da Badia verso sud. Nel 920 viene fortificato dal vescovo di Adria, Paolo Cattaneo, per difendere la sede vescovile dagli assalitori ungari. Finita sotto la giurisdizione degli Estensi, la cittadina nel 954 passò ufficialmente nelle mani della potente famiglia con il Sacro Romano Imperatore Enrico VI. A ricordare la presenza degli estensi è il mastio del castello, conosciuto come “Torre di Donà”, una torre in muratura alta 66 metri e sicuramente la più imponente opera muraria dell’epoca.
Nel XV secolo Rovigo divenne territorio della Repubblica di Venezia e tale rimase per tre secoli. Il segno veneziano è ben visibile nella torre civica costruita in Piazza Vittorio Emanuele II e nella colonna con il Leone di San Marco. Su progetto di Francesco Zamberlan, Venezia costruì anche il tempio della Beata Vergine del Soccorso (conosciuto come Rotonda), il cui interno è ricco di decorazioni e tele raffiguranti i podestà veneziani che vi governarono fino a metà del XVII secolo.
Prima dell’inizio della dominazione francese, Rovigo vide l’ampliamento del duomo e la realizzazione di Palazzo Roncale e Palazzo Angeli, due capolavori dell’edilizia privata.
La rivoluzione francese cambiò ancora una volta le carte in tavola consegnando al Regno Austroungarico prima e al Regno d’Italia poi (1866) una città che si arricchì del Teatro Sociale e dell’Accademia dei Concordi.
ADOLFO ROSSI: Una penna per i diritti del lavoro
Nel 1894 venne dato alle stampe “Un italiano in America”. Fu un buon successo editoriale che sul finire dell’Ottocento, per la prima volta fece conoscere al pubblico italiano la comunità italiana di New York.
A scriverlo fu Adolfo Rossi, giornalista, scrittore e diplomatico italiano, figlio di quel Polesine che stava migrando in massa verso terre che offrivano un futuro meno precario dei fiumi che bagnavano il territorio. Rossi era nato a Lendinara nel 1857 e visse gli anni dell’adolescenza nutrendosi degli scritti di Alberto Mario, altro illustre cittadino del Polesine, protagonista del Risorgimento insieme a sua moglie Jessie White. Figlio di una famiglia medio-borghese, Rossi visse con insoddisfazione il suo lavoro d’impiegato postale.

